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Prima dei nostri nomi

 

La montagna non sa di essere maestosa.

È una cosa che abbiamo deciso noi.

Per un'aquila è una corrente d'aria, un punto da cui lasciarsi cadere nel vuoto. Per una capra è una parete da salire. Per un fiore che cresce tra le rocce è semplicemente il terreno in cui è capitato di nascere.

La montagna non sa di essere una montagna.

Non sa dove finisce, non sa quanto è alta, non sa che qualcuno, un giorno, si fermerà davanti a lei per fotografarla.

E forse è questo che mi affascina della natura: non ci sta mostrando niente.

Non sta cercando di essere bella.

Il mare non sa di essere infinito. Il cielo non sa di essere azzurro. Un temporale non sa di essere malinconico. Il vento non attraversa gli alberi per diventare poesia.

Siamo noi ad aver messo tutto questo nelle cose.

Abbiamo preso ciò che esisteva e gli abbiamo dato un nome, una forma, un significato.

Abbiamo deciso che una distesa d'acqua fosse un mare, che un gruppo di alberi fosse una foresta, che certe luci nel cielo fossero stelle.

E quei nomi ci sono serviti per capire il mondo.

Forse, però, a volte ci fanno dimenticare quanto poco lo conosciamo davvero.

Perché dire “mare” è una parola piccolissima per contenere tutto ciò che il mare è.

Dentro quella parola ci sono profondità che non vedremo mai, creature che non incontreremo, correnti che non sentiremo, fondali che nessun nostro sguardo ha mai raggiunto.

Eppure diciamo semplicemente: mare.

Come se avergli dato un nome significasse averlo capito.

La natura non ha questa fretta.

Un albero non deve sapere che specie è per continuare a crescere.

Un fiore non conosce il proprio colore.

Un fiume non ha bisogno di sapere dove sta andando per continuare a scorrere.

Esistono senza dover spiegare la propria esistenza.

Noi invece abbiamo costruito gran parte della nostra vita intorno alla necessità di definire.

Questo è giusto.

Questo è sbagliato.

Questo è bello.

Questo è inutile.

Questo vale.

Questo non serve.

Forse è inevitabile. Abbiamo bisogno delle parole per orientarci.

Ma ogni tanto mi chiedo cosa succederebbe se ne togliessimo qualcuna.

Se guardassimo un albero senza pensare al suo nome.

Se entrassimo in un bosco senza cercare di fotografarlo.

Se rimanessimo davanti al mare abbastanza a lungo da smettere di pensare a cosa rappresenta.

Non per tornare bambini.

Non per ritrovare una meraviglia perduta.

Semplicemente per lasciare, per qualche istante, che una cosa sia soltanto se stessa.

Perché il mondo non è nato come paesaggio.

È diventato paesaggio quando sono arrivati i nostri occhi.

Prima c'erano soltanto rocce, acqua, vento, buio, luce.

Una foresta poteva essere attraversata per migliaia di anni senza che nessuno la considerasse selvaggia.

Un tramonto poteva accadere sopra un continente vuoto senza che nessuno lo chiamasse bello.

La luna poteva sorgere sopra un mare senza che esistesse qualcuno capace di desiderare di guardarla.

E forse questa è la parte più sorprendente.

Che la Terra non ha mai avuto bisogno di essere osservata per essere ciò che era.

È esistita per milioni di anni senza spettatori.

E continuerà a esistere anche dopo che molti dei nostri nomi saranno stati dimenticati.

Forse dovremmo ricordarcelo quando ci sembra che tutto debba avere un significato.

Non tutto deve dirci qualcosa.

Un albero può essere soltanto un albero.

La pioggia può cadere senza essere un ricordo.

Il mare può esistere senza diventare una metafora.

E noi possiamo stare davanti a tutto questo senza doverlo possedere, spiegare o trasformare in una fotografia.

Possiamo limitarci a esserci.

Perché forse il modo più profondo di guardare il mondo non è riuscire a descriverlo meglio.

È accettare, per un momento, che rimanga qualcosa che non sappiamo nominare.



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