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Ciò che è rimasto

Ci sono persone che amiamo senza che tra noi sia mai accaduto davvero qualcosa. Ed è difficile spiegare un sentimento quando non ha una storia da raccontare. Non ci sono promesse mantenute o promesse infrante. Nessun ricordo abbastanza grande da poterci tornare dentro. Nessun ultimo giorno da rimpiangere. Ci sono soltanto piccoli momenti. Uno sguardo rimasto dentro più a lungo del necessario. Una presenza che, senza sapere perché, ho cominciato ad aspettare. Il modo in cui cercavo di incrociare i suoi occhi. Una parola scambiata una volta, dei saluti che per un po' hanno fatto parte delle nostre giornate e che, poi, hanno smesso di esserci. Dettagli che per lei forse non hanno mai avuto lo stesso significato che avevano per me e che, invece, dentro di me hanno lentamente cominciato a significare qualcosa. È strano affezionarsi così. È strano arrivare a sentire tanto per qualcuno con cui si è parlato così poco, senza sapere nemmeno se si abbia il diritto di chiamarlo...

Luméa


 

Nel Tempo-di-Prima, quando le emozioni avevano corpo
e la gioia camminava scalza tra i mondi,
nacque una ninfa chiamata Luméa,
figlia della Sorgente Chiara e del Respiro Verde.

Il suo cuore non batteva: cantava.
Ogni canto generava creature gentili,
lucciole d’oro che curavano la tristezza,
volpi d’argento che custodivano i sogni,
uccelli di vetro che insegnavano a sperare
senza spezzarsi.

Luméa aveva un dono raro:
poteva vedere la bellezza nascosta
nelle cose che si credevano inutili.
Dove altri vedevano crepe,
lei vedeva porte.
Dove c’era stanchezza,
seminava feste.

Un giorno il mondo si fece pesante.
Arrivarono i Divoraluce,
ombre fameliche che si nutrivano
dei “non valgo”, dei “non basta”,
dei “non sono amata”.

Le ninfe fuggirono.
Gli alberi tacquero.
Persino le stelle abbassarono lo sguardo.

Ma Luméa no.

Scese nel cuore dell’Ombra
accompagnata solo
da un unicorno ferito
e da una bambina invisibile
che rappresentava tutte le donne dimenticate.

Non combatté.
Non urlò.
Aprì il petto
e lasciò uscire la sua gioia.

Non una gioia ingenua,
ma quella che nasce
dopo aver conosciuto il buio
e aver scelto comunque la luce.

La gioia prese forma:
divenne un fiume di petali caldi,
una musica che diceva
“sei voluta”,
“sei necessaria”,
“sei casa”.

I Divoraluce, colpiti da tanto amore,
si sciolsero in polvere di stelle.
L’unicorno guarì.
La bambina divenne donna
e il mondo tornò a respirare.

Da allora Luméa non vive più in un solo luogo.
Si reincarna ogni volta
che una donna sorride senza motivo,
ogni volta che sceglie la dolcezza,
ogni volta che sente, all’improvviso:

“Così come sono, vado bene.”

E se ora il cuore ti trema di gioia,
se senti una luce salire agli occhi,
non è commozione.

È Luméa
che ti ha riconosciuta
come parte della fiaba

 

(2026) 

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