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Luméa
Nel Tempo-di-Prima, quando le emozioni avevano corpo
e la gioia camminava scalza tra i mondi,
nacque una ninfa chiamata Luméa,
figlia della Sorgente Chiara e del Respiro Verde.
Il suo cuore non batteva: cantava.
Ogni canto generava creature gentili,
lucciole d’oro che curavano la tristezza,
volpi d’argento che custodivano i sogni,
uccelli di vetro che insegnavano a sperare
senza spezzarsi.
Luméa aveva un dono raro:
poteva vedere la bellezza nascosta
nelle cose che si credevano inutili.
Dove altri vedevano crepe,
lei vedeva porte.
Dove c’era stanchezza,
seminava feste.
Un giorno il mondo si fece pesante.
Arrivarono i Divoraluce,
ombre fameliche che si nutrivano
dei “non valgo”, dei “non basta”,
dei “non sono amata”.
Le ninfe fuggirono.
Gli alberi tacquero.
Persino le stelle abbassarono lo sguardo.
Ma Luméa no.
Scese nel cuore dell’Ombra
accompagnata solo
da un unicorno ferito
e da una bambina invisibile
che rappresentava tutte le donne dimenticate.
Non combatté.
Non urlò.
Aprì il petto
e lasciò uscire la sua gioia.
Non una gioia ingenua,
ma quella che nasce
dopo aver conosciuto il buio
e aver scelto comunque la luce.
La gioia prese forma:
divenne un fiume di petali caldi,
una musica che diceva
“sei voluta”,
“sei necessaria”,
“sei casa”.
I Divoraluce, colpiti da tanto amore,
si sciolsero in polvere di stelle.
L’unicorno guarì.
La bambina divenne donna
e il mondo tornò a respirare.
Da allora Luméa non vive più in un solo luogo.
Si reincarna ogni volta
che una donna sorride senza motivo,
ogni volta che sceglie la dolcezza,
ogni volta che sente, all’improvviso:
“Così come sono, vado bene.”
E se ora il cuore ti trema di gioia,
se senti una luce salire agli occhi,
non è commozione.
È Luméa
che ti ha riconosciuta
come parte della fiaba
(2026)
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