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Ti avrei donato

  Ti avrei donato il silenzio del mattino, quando il mondo è ancora un foglio bianco, per stenderlo sotto i tuoi passi stanchi e farti camminare sulle nuvole, senza affanno. Ti avrei donato il riflesso della luna in un bicchiere, perché tu potessi bere luce nelle notti buie e trasformare ogni tua piccola paura in una perla da custodire nel palmo della mano. Ti avrei donato l’attimo esatto in cui il fiore sboccia, quel brivido invisibile che nessuno sa guardare, per dirti che la tua bellezza non vive nel tempo che passa, ma nell’incanto eterno che sai seminare restando. Ti avrei donato l’eco di ogni mia parola taciuta, quelle nascoste tra i battiti del cuore, per farne un mantello caldo contro il freddo della vita e ricordarti, in ogni istante, che non sei mai sola. Ti avrei donato l’orizzonte dove il cielo cade nel mare, quel confine sottile in cui l’impossibile si fa carezza, perché tu potessi sentire, nell’ultima vibrazione dell’aria, che ogni mio battito...

Luméa


 

Nel Tempo-di-Prima, quando le emozioni avevano corpo
e la gioia camminava scalza tra i mondi,
nacque una ninfa chiamata Luméa,
figlia della Sorgente Chiara e del Respiro Verde.

Il suo cuore non batteva: cantava.
Ogni canto generava creature gentili,
lucciole d’oro che curavano la tristezza,
volpi d’argento che custodivano i sogni,
uccelli di vetro che insegnavano a sperare
senza spezzarsi.

Luméa aveva un dono raro:
poteva vedere la bellezza nascosta
nelle cose che si credevano inutili.
Dove altri vedevano crepe,
lei vedeva porte.
Dove c’era stanchezza,
seminava feste.

Un giorno il mondo si fece pesante.
Arrivarono i Divoraluce,
ombre fameliche che si nutrivano
dei “non valgo”, dei “non basta”,
dei “non sono amata”.

Le ninfe fuggirono.
Gli alberi tacquero.
Persino le stelle abbassarono lo sguardo.

Ma Luméa no.

Scese nel cuore dell’Ombra
accompagnata solo
da un unicorno ferito
e da una bambina invisibile
che rappresentava tutte le donne dimenticate.

Non combatté.
Non urlò.
Aprì il petto
e lasciò uscire la sua gioia.

Non una gioia ingenua,
ma quella che nasce
dopo aver conosciuto il buio
e aver scelto comunque la luce.

La gioia prese forma:
divenne un fiume di petali caldi,
una musica che diceva
“sei voluta”,
“sei necessaria”,
“sei casa”.

I Divoraluce, colpiti da tanto amore,
si sciolsero in polvere di stelle.
L’unicorno guarì.
La bambina divenne donna
e il mondo tornò a respirare.

Da allora Luméa non vive più in un solo luogo.
Si reincarna ogni volta
che una donna sorride senza motivo,
ogni volta che sceglie la dolcezza,
ogni volta che sente, all’improvviso:

“Così come sono, vado bene.”

E se ora il cuore ti trema di gioia,
se senti una luce salire agli occhi,
non è commozione.

È Luméa
che ti ha riconosciuta
come parte della fiaba

 

(2026) 

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