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Ciò che è rimasto

Ci sono persone che amiamo senza che tra noi sia mai accaduto davvero qualcosa. Ed è difficile spiegare un sentimento quando non ha una storia da raccontare. Non ci sono promesse mantenute o promesse infrante. Nessun ricordo abbastanza grande da poterci tornare dentro. Nessun ultimo giorno da rimpiangere. Ci sono soltanto piccoli momenti. Uno sguardo rimasto dentro più a lungo del necessario. Una presenza che, senza sapere perché, ho cominciato ad aspettare. Il modo in cui cercavo di incrociare i suoi occhi. Una parola scambiata una volta, dei saluti che per un po' hanno fatto parte delle nostre giornate e che, poi, hanno smesso di esserci. Dettagli che per lei forse non hanno mai avuto lo stesso significato che avevano per me e che, invece, dentro di me hanno lentamente cominciato a significare qualcosa. È strano affezionarsi così. È strano arrivare a sentire tanto per qualcuno con cui si è parlato così poco, senza sapere nemmeno se si abbia il diritto di chiamarlo...

La crepa che respira


Non è nella corazza che l’anima respira,
ma nella crepa, nel fiato spezzato,
nella tenerezza che cede senza crollare,
che frana con grazia,
come neve stanca sotto il primo sole.

Ci hanno disegnato mappe di conquista,
ci hanno detto che il dolore è un nemico
e che la salvezza è un altare da erigere
con mani di ferro e spalle levigate dal silenzio.

Ma la verità, quella che giace tra le costole
quando tutto tace,
è fatta d’acqua e di perdono,
di memoria che sanguina,
di carezze lasciate in sospeso nel tempo.

La vera forza ha il passo lento
di chi ha smesso di fuggire,
il respiro fragile
di chi si è inginocchiato nel deserto
e ha chiamato per nome
ogni sua ombra.

Non c’è vittoria nell’indurirsi.
Non c’è salvezza nell’orgoglio eretto come bastione.
La rinascita è un atto di resa,
una genuflessione dell’essere
al mistero della propria nudità.

Bisogna avere il coraggio di non difendersi,
di attraversarsi come un pellegrino
che porta in dono al proprio cuore
una ciotola vuota e la sete.

E lì, nell’intimo altare del crollo,
quando le maschere giacciono a terra
come foglie dopo la tempesta,
la vita si accosta con passo d’infanzia,
non per redimere, ma per restare.

È in quel gesto,
un palmo aperto verso sé stessi,
un battito che non si affretta,
che avviene il miracolo:
la carne si fa radice,
la ferita si fa seme,
e dal pianto sgorga una lingua
che solo l’anima comprende:
la lingua del darsi tempo,
la grammatica della luce che non abbaglia,
ma accarezza i margini della notte
fino a farli fiorire.

E allora si rinasce.
Non perché si è vinto il buio,
ma perché si è avuto il coraggio
di abitarlo con gentilezza.

 

(12 Giugno 2025 ore 02.05)

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