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Ho sempre creduto

  Ho sempre creduto che la vita parlasse sottovoce. Che le verità più profonde non avessero bisogno di alzare la voce, perché abitano i silenzi. Il rumore passa, il silenzio resta. È lì che il cuore, quando trova il coraggio di ascoltare, riconosce ciò che conta davvero. Ho sempre creduto che gli alberi custodissero un'antica sapienza. Li ho visti perdere ogni foglia senza ribellarsi al vento. Restare nudi davanti all'inverno, senza vivere quella nudità come una sconfitta. Sanno che nessuna primavera nasce senza aver attraversato il freddo. Per questo non hanno paura di lasciare andare. Noi, invece, ci aggrappiamo a ciò che se ne vuole andare, dimenticando che perfino la natura fiorisce solo dopo aver imparato a perdere. Ho sempre creduto che il mare fosse la confessione più sincera dell'anima. In superficie si agita, si infrange, sembra combattere contro ogni scoglio. Ma basta andare un po' più a fondo e tutto cambia. Là sotto esiste un silenzio che nessu...

La crepa che respira


Non è nella corazza che l’anima respira,
ma nella crepa, nel fiato spezzato,
nella tenerezza che cede senza crollare,
che frana con grazia,
come neve stanca sotto il primo sole.

Ci hanno disegnato mappe di conquista,
ci hanno detto che il dolore è un nemico
e che la salvezza è un altare da erigere
con mani di ferro e spalle levigate dal silenzio.

Ma la verità, quella che giace tra le costole
quando tutto tace,
è fatta d’acqua e di perdono,
di memoria che sanguina,
di carezze lasciate in sospeso nel tempo.

La vera forza ha il passo lento
di chi ha smesso di fuggire,
il respiro fragile
di chi si è inginocchiato nel deserto
e ha chiamato per nome
ogni sua ombra.

Non c’è vittoria nell’indurirsi.
Non c’è salvezza nell’orgoglio eretto come bastione.
La rinascita è un atto di resa,
una genuflessione dell’essere
al mistero della propria nudità.

Bisogna avere il coraggio di non difendersi,
di attraversarsi come un pellegrino
che porta in dono al proprio cuore
una ciotola vuota e la sete.

E lì, nell’intimo altare del crollo,
quando le maschere giacciono a terra
come foglie dopo la tempesta,
la vita si accosta con passo d’infanzia,
non per redimere, ma per restare.

È in quel gesto,
un palmo aperto verso sé stessi,
un battito che non si affretta,
che avviene il miracolo:
la carne si fa radice,
la ferita si fa seme,
e dal pianto sgorga una lingua
che solo l’anima comprende:
la lingua del darsi tempo,
la grammatica della luce che non abbaglia,
ma accarezza i margini della notte
fino a farli fiorire.

E allora si rinasce.
Non perché si è vinto il buio,
ma perché si è avuto il coraggio
di abitarlo con gentilezza.

 

(12 Giugno 2025 ore 02.05)

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