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Ti avrei donato

  Ti avrei donato il silenzio del mattino, quando il mondo è ancora un foglio bianco, per stenderlo sotto i tuoi passi stanchi e farti camminare sulle nuvole, senza affanno. Ti avrei donato il riflesso della luna in un bicchiere, perché tu potessi bere luce nelle notti buie e trasformare ogni tua piccola paura in una perla da custodire nel palmo della mano. Ti avrei donato l’attimo esatto in cui il fiore sboccia, quel brivido invisibile che nessuno sa guardare, per dirti che la tua bellezza non vive nel tempo che passa, ma nell’incanto eterno che sai seminare restando. Ti avrei donato l’eco di ogni mia parola taciuta, quelle nascoste tra i battiti del cuore, per farne un mantello caldo contro il freddo della vita e ricordarti, in ogni istante, che non sei mai sola. Ti avrei donato l’orizzonte dove il cielo cade nel mare, quel confine sottile in cui l’impossibile si fa carezza, perché tu potessi sentire, nell’ultima vibrazione dell’aria, che ogni mio battito...

La crepa che respira


Non è nella corazza che l’anima respira,
ma nella crepa, nel fiato spezzato,
nella tenerezza che cede senza crollare,
che frana con grazia,
come neve stanca sotto il primo sole.

Ci hanno disegnato mappe di conquista,
ci hanno detto che il dolore è un nemico
e che la salvezza è un altare da erigere
con mani di ferro e spalle levigate dal silenzio.

Ma la verità, quella che giace tra le costole
quando tutto tace,
è fatta d’acqua e di perdono,
di memoria che sanguina,
di carezze lasciate in sospeso nel tempo.

La vera forza ha il passo lento
di chi ha smesso di fuggire,
il respiro fragile
di chi si è inginocchiato nel deserto
e ha chiamato per nome
ogni sua ombra.

Non c’è vittoria nell’indurirsi.
Non c’è salvezza nell’orgoglio eretto come bastione.
La rinascita è un atto di resa,
una genuflessione dell’essere
al mistero della propria nudità.

Bisogna avere il coraggio di non difendersi,
di attraversarsi come un pellegrino
che porta in dono al proprio cuore
una ciotola vuota e la sete.

E lì, nell’intimo altare del crollo,
quando le maschere giacciono a terra
come foglie dopo la tempesta,
la vita si accosta con passo d’infanzia,
non per redimere, ma per restare.

È in quel gesto,
un palmo aperto verso sé stessi,
un battito che non si affretta,
che avviene il miracolo:
la carne si fa radice,
la ferita si fa seme,
e dal pianto sgorga una lingua
che solo l’anima comprende:
la lingua del darsi tempo,
la grammatica della luce che non abbaglia,
ma accarezza i margini della notte
fino a farli fiorire.

E allora si rinasce.
Non perché si è vinto il buio,
ma perché si è avuto il coraggio
di abitarlo con gentilezza.

 

(12 Giugno 2025 ore 02.05)

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