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Ti avrei donato

  Ti avrei donato il silenzio del mattino, quando il mondo è ancora un foglio bianco, per stenderlo sotto i tuoi passi stanchi e farti camminare sulle nuvole, senza affanno. Ti avrei donato il riflesso della luna in un bicchiere, perché tu potessi bere luce nelle notti buie e trasformare ogni tua piccola paura in una perla da custodire nel palmo della mano. Ti avrei donato l’attimo esatto in cui il fiore sboccia, quel brivido invisibile che nessuno sa guardare, per dirti che la tua bellezza non vive nel tempo che passa, ma nell’incanto eterno che sai seminare restando. Ti avrei donato l’eco di ogni mia parola taciuta, quelle nascoste tra i battiti del cuore, per farne un mantello caldo contro il freddo della vita e ricordarti, in ogni istante, che non sei mai sola. Ti avrei donato l’orizzonte dove il cielo cade nel mare, quel confine sottile in cui l’impossibile si fa carezza, perché tu potessi sentire, nell’ultima vibrazione dell’aria, che ogni mio battito...

Zahara

 


 

C’era una volta, in un deserto arido e implacabile, un fiore chiamato Zahara. La sua storia era un enigma, un mistero che affascinava chiunque lo vedesse. Le sue radici si aggrappavano al suolo secco, eppure, contro ogni previsione, sbocciava con una bellezza straordinaria.

Zahara aveva petali di un rosa tenue, quasi trasparenti. Sembravano fatti di seta e luce. La sua fragranza era un mix di sabbia calda e promesse di pioggia. La gente del deserto diceva che chiunque avesse respirato il suo profumo avrebbe trovato la speranza anche nei momenti più bui.

Ma come poteva un fiore sopravvivere in un luogo così ostile? Zahara aveva imparato a resistere. Le sue radici si estendevano profondamente nel terreno, alla ricerca di ogni goccia d’acqua. Le sue foglie erano piccole e coriacee, ridotte all’essenziale per evitare la traspirazione. E i suoi fiori? Zahara li apriva solo quando il vento portava con sé l’odore della pioggia imminente.

Un giorno, un viaggiatore smarrito attraversò il deserto. Era esausto, assetato e senza speranza. Ma quando vide Zahara, si fermò. I suoi occhi si riempirono di meraviglia. “Sei reale?” chiese, toccando delicatamente i petali.

Zahara sussurrò: “Sono la speranza che cresce nel deserto. Sono la bellezza che sfida l’aridità. Sono la resilienza che si nasconde tra le dune.”

Il viaggiatore bevve l’acqua dalle radici di Zahara e si riprese. In cambio, le raccontò storie di mondi lontani, di oceani e foreste. Zahara ascoltò rapita e i suoi petali si aprirono ancora di più.

Con il passare del tempo Zahara si accorse che quel viaggiatore aveva un animo delicato e che con i suoi modi era capace di guarire anche le ferite dell’anima. Ma quel viaggiatore aveva un segreto, parlava con il sole, la pioggia la sabbia.

Ma Zahara aveva anche lei un segreto. Ogni notte, quando la luna illuminava il deserto, si chinava verso il cielo e sussurrava: “Grazie, vento, per portarmi la pioggia. Grazie, sole, per scaldare le mie foglie. Grazie, sabbia, per tenermi salda.”

E così, Zahara continuò a crescere nel deserto, un fiore che sfidava ogni logica. La sua storia si tramandò di generazione in generazione, e ancora oggi, quando il vento soffia tra le dune, si dice che sia Zahara a cantare.

 

(19 Giugno 2024 ore 00.15)

 

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